L’imperatore nella montagna

C’è stato un tempo in cui l’imperatore Carlo governava su tutto l’impero e neppure quest’angolo remoto di montagna sfuggiva al suo dominio. Anzi, mi ricordo bene quando il sire Carlo, ancora giovane, era sceso a distruggere il regno dei Longobardi da questa parte delle Alpi; una colonna del suo esercito aveva attraversato la valle, tutti uomini forti e coraggiosi, la croce sul petto e sullo scudo, il sorriso dei liberatori. E noi eravamo scesi dalle montagne ad applaudire, ché anche il conte e l’abate dell’Abbadia si erano presentati alla sfilata delle truppe, applaudendo e benedicendo. E noi avevamo capito che loro due, il conte e l’abate, avevano cambiato padrone; ma noi no, i nostri padroni sarebbero stati empre loro, a chiederci la legna per i camini del castello, la decima di segale e farro e il fieno per i cavalli.

Anni dopo l’imperatore era passato proprio da qui, per tornare nelle terre dei Franchi. Con la sua scorta, migliaia di cavalieri e di fanti, si era fermato sui prati lungo il Dubbione: dall’alto sembravano lunghi lombrichi che scavavano la terra. Le scaglie blu delle armature brillavano all’alba e qualcuno diceva che doveva essere così il mare che nessuno aveva mai visto. Era d’autunno, dopo le piogge. E Carlo aveva costretto i suoi uomini a rinforzare gli argini del fiume, perché quei bravi sudditi della sinistra della valle non fossero tagliati fuori dal resto del mondo. E allora eravamo scesi da Lou Donn a portare uva e formaggio ai soldati che lavoravano affondando le ginocchia nel fango e nell’erbaccia.

Lo avevo visto da vicino allora l’imperatore Carlo, mentre usciva dalla sua tenda e ci veniva incontro, come se fossimo vecchi amici persi da tempo. Ci inginocchiammo mentre lui parlava in quella lingua difficile. Una guardia mi sollevò per una punta del saccone. Mi fece tante domande, su di me, sulla mia sapienza, su Lou Donn e le sue miniere e sui nani che un tempo dovevano averle scavate. L’imperatore ascoltava, grattandosi la barba. Poi disse qualche parola nella sua lingua. “Widar, widar sehan”. Un arrivederci.

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Com a lou temps de l’emperaire (più o meno…)

Passarono tanti anni. Un giorno un gran vecchio col barbone salì, appoggiandosi ad un bastone nodoso, fino a Lou Donn. Io me li ricordavo quegli occhi fulminei, benché le rughe e i capelli bianchi avessero cambiato l’aspetto dell’uomo. Lo condussi fino alla miniera. Dentro tutto sembrava apparecchiato per lui: il gran trono scavato nella pietra nera luccicante, lo spadone heilag che i nani avevano forgiato per il re. Egli si accomodò sul trono. Mi guardò e sorrise. “Widar, widar sehan”.

Egli è l’imperatore Carlo, l’imperatore nella montagna. Egli vive in tutti i tempi e regge tutto il suo regno e governa tutte le cose, grandi e piccole. Ora aspetta nella montagna: quando i corvi verranno a chiamarlo sarò il momento di tornare a governare sul mondo, portando pace e serenità. Qualcuno dice che Carlo si sia addormentato ed è per quello che non è più tornato a far giustizia sulla Terra. Ma a me piace pensare che prima o poi lo vedremo uscire dalla montagna di Lou Donn, seguito dal suo esercito scintillante.

Fabula quam diligentissime tradita per venerabilem virum Sordellum mantuanum, a.d. DCCCLXX

La leggenda del re nella montagna appartiene al folklore medievale ed è presente nei miti di molti popoli e molte regioni. Secondo una variante, l’imperatore Carlo Magno attende di poter tornare sulla terra nascosto nelle montagne di Salisburgo.

La versione loudonnesca della leggenda è completamente inventata, a parte una frase in corsivo che è tratta dall’Edda norrena. L’arrivederci dell’imperatore è in antico alto tedesco, la lingua dei Franchi proprio non la conosco.

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