La vigna di Renzo

Continuano i lavori nel nostro campetto terrazzato. Il risanamento di quell’angolo di Lou Donn ha tutta l’aria di essere la grande sfida dei prossimi mesi.

Rendere quelle due strisce di terra pendente uno spazio gradevole e sicuro rappresenta un obiettivo di non poco conto. Al nostro arrivo, il campicello non era certo messo bene, visto che i proprietari precedenti non vivevano qui già da mesi; poi, i quasi sei mesi in cui non eravamo ancora residenti a Lou Donn e una certa nostra colpevole incuria dell’estate scorsa hanno reso la situazione disastrosa.

I due terrazzamenti presentano quattro sezioni: la zona deposito materiali edili avanzati ai vecchi proprietari da lavori e ristrutturazioni vari; il frutteto, con qualche alberello, per lo più meli e ciliegi; la giungla, ossia un’area invasa da ramaglie, arbusti e rampicanti, in cui si trova anche la cisterna dell’acqua; il roveto, cioè un quarto del campo, occupato da rovi e spine.

Le sezioni resteranno quattro, ma il nostro piano prevede per ciascuna di esse notevoli cambiamenti. Innanzitutto la zona deposito materiali verrà sgomberata dai mattoni, dalle tegole e dai rovi che li circondano. Al loro posto ci immaginiamo un pergolato, ombreggiato da quella vigna rinsecchita nascosta tra i rovi. Francesco in realtà ha già reclamato la piscina, il cui bordo vasca al momento è occupato da edere. E rovi. Quest’angolo relax, con la sua bella luce al neon e i fiori tutto intorno, sarà probabilmente l’ultimo step della nostra extreme makeover garden edition.

Sul frutteto stiamo già intervenendo, tagliando, sminuzzando, potando, diradando. Un angolo del frutteto è diventato orticello. Abbiamo piantato qualsiasi ortaggio, pianta medicinale eccetera, rispettando le fasi lunari eccetera. Risultato ad oggi: sembrano spuntare i finocchi. E i rovi. I fiori però ci sono e rasserenano.

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La giungla è in fase di trasformazione: tolte decine di polloni di ciliegio e milioni di diramazioni di rovi, quell’angolo abbandonato sta tornando a nuova vita. Il che suona paradossale, perché lì sotto c’è sepolto da qualche settimana Rino. Ecco, da Cambogia ne stiamo facendo uno splendido cimitero all’inglese per cani.

Il roveto. In fin dei conti è solo una questione di prospettiva; e di parole. A chiamarlo campo di more già suona diverso. “Abbiamo un piccolo terreno in cui coltiviamo more, da cui produciamo un’ottima confettura a chilometro zero, bio, eccetera”, immaginate la differenza. Sempre rovi sono però. Una battaglia, fatta di spine che ti penetrano sotto la pelle e rami intricati che ti rigano le gambe. Qui si lavora di decespugliatore. Ne resterà qualcuno, per ricavarne davvero qualche mora.

Si lavora insomma, con le mani e con l’immaginazione.

La vera notizia di oggi è la visita di Beppe e Cristiana. Ne riparliamo domani.

Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure segnavano la traccia de’ filari desolati; qua e là, rimessiticci o getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta generazione, nata e cresciuta senza l’aiuto della man dell’uomo. Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri.

Manzoni, I promessi sposi.

Uno dei brani che ho sempre trovato tra i più noiosi del romanzo; ma il motivo era che semplicemente non capivo di cosa stesse parlando. A volte la letteratura, senza esperienza, è lettera morta.

 

 

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