L’amico-coltellino svizzero.

Un venerdì sera come un altro. Fuori l’unico lampione della borgata sta spargendo la sua luce, così la borgata sembra una bambina di quattrocento anni che arrossisce di fronte ad un complimento. I soliti rumori del bosco arrivano repentini e cigolanti, come chiavistelli estratti da toppe troppo piccole e arrugginite.

Se, come gufi, sorvolate Lou Donn col favore del buio, vedrete un’unica luce fioca filtrare oltre due finestrelle: è la camera di un bambino che sta disponendo una miriade di giochi sul parquet, mentre i suoi genitori, sdraiati sul divano di fronte a lui, con gli occhi spalancati, stanno guardando l’inizio di un film assurdo quanto dolce, demenziale quanto profondo.

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Franci osserva alcune scene iniziali della pellicola, ride a crepapelle e poi si rimette a giocare. All’inizio di Swiss army man – un amico multiuso il protagonista si sta per impiccare ad una roccia di un’isola deserta quando il mare restituisce un corpo. Hank, l’aspirante suicida, rinuncia ai suoi propositi perché spera di non essere più solo. Ma la persona trascinata a riva è inequivocabilmente un cadavere. Un cadavere che, usando i gas della sua decomposizione come propulsori, si trasforma in una specie di moto d’acqua che porterà Hank sulla terraferma. Da lì, un avventuroso viaggio verso casa, con un cadavere che poco alla volta riacquisisce voce e pensieri.

Solo che Manny, questo il suo nome, non ricorda nulla della sua vita né della vita in generale: amore, pudore, amicizia e tutto l’altro armamentario di sentimenti che noi esseri umani possiamo vantare; Hank deve insegnare tutto all’amico che in cambio si presta a divenire strumento multifunzione per consentire all’altro di tornare a casa. E siamo solo all’inizio.

Può un film del genere, così assurdo e grottesco essere un piccolo gioiello di poesia e umanità? Se partiamo dall’assunto che proprio assurdo e grottesco sono le basi dell’uomo sì.

Hank insegna a Manny non come si vive nella società, ma come si dovrebbe vivere: liberi di esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni, rimuovendo pregiudizi, paure delle diversità e quell’assurda incapacità di buttar fuori gli affetti più elementari.

Manny, il morto-coltellino svizzero è impersonificato da Daniel Radcliffe: non guardere più Harry Potter con gli stessi occhi. Paul Dano invece è Hank: ennesima conferma della sua bravura.

Il film ha vinto il Sundance Festival comunque.

 

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