This is the end

La fine dell’inverno si avvicina.

Sì, certo, l’equinozio c’è già stato ed ufficialmente siamo in primavera. Ma qui a Lou Donn la durata delle stagioni non equivale a quella che tutti conoscono. Così il sole rovente di oggi è arrivato poco dopo l’ennesima nevicata e l’ennesima gelata notturna.

Anche la fine della mia tesi si avvicina.

Una gran liberazione il giorno (domenica, necessariamente) in cui potrò dire di non doverci lavorare oltre, se non ritoccando qua e là. Il sole, torniamo sempre lì, invoglia a star fuori, a far finta di saper dove mettere le mani nel campo, tra i fiori e gli alberi.

In realtà questa maledetta tesi l’ho scritta quasi esclusivamente di notte, quindi pollice verde pomeridiano e pollice (e tutte le altre dita) sulla tastiera non sono incompatibili. Ma ho voglia di ricominciare a leggere più che scrivere.

La fine del blog si avvicina.

O almeno, la fine della prima fase del blog, quella del racconto di questa avventura invernale. In attesa di decidere che fare di questi 166 post (sinora), i prossimi 166 non so che forma avranno, se saranno giornalieri o più distanziati, né se parleranno ancora di noi. Qualcosa scriverò, perché ormai ci ho preso gusto, ma le idee di sviluppo del blog sono varie e, con la consueta impulsività, deciderò all’ultimo momento.

Questo è un post interlocutorio, molto diaristico, quasi una riflessione tra sé. Sarà il buio in cui scrivo (come al solito il venerdì tutti dormono da tempo) o l’idea che i lettori stessi stiano dormendo. Siccome, in poche parole, è un post penoso, aggiungo una storiella (forse altrettanto penosa) con la solita morale di Lou Donn: certi cattivi non sono mai cattivi fino in fondo.

La prima gazza

Una volta a Lou Donn viveva una ragazza, di nome Pica, giovane e vanitosa. Pica era fidanzata con un giovanotto della borgata, contadino e taglialegna, che la amava di un amore sincero.

Ma il loro idillio era malvisto da un’altra giovane, Bergera, che, invidiosa del grande amore tra Pica e il suo spasimante, lanciava maledizioni e incantamenti contro i due innamorati.

Un giorno, poco prima delle nozze tra i due amanti, la bergera chiese l’intervento del solito demone Malphas, che non perdeva un’occasione per seminare zizzania e ridere alle spalle delle piccolezze degli umani. Malphas accontentò Bergera: osservando la bellezza lucente di Pica, decise di trasformarla in un uccello; la splendida chioma nera della fanciulla divenne il piumaggio sul dorso, il suo incarnato pallido si trasformò nelle piume bianche, mentre l’abito azzurro e luminoso finì per coprirle ali e coda. Ecco che Pica si trasformò nella prima gazza.

Il povero innamorato della fanciulla piangeva, miagolando come un gattino, per la sofferenza: che fine aveva fatto la sua amata? perché lo aveva lasciato proprio il giorno prima del matrimonio?

Pica, che lo osservava appollaiata su un castagno, soffriva non meno di lui, perché le sue parole ormai non erano altro che sguaiati versi stridenti. Così, per farsi riconoscere dal fidanzato, si infilò nella cucina e rubò l’anello che lui aveva posato sul tavolo.

Oh, ce ne volle prima che il giovanotto capisse che quella gazza ladra fosse la sua Pica! Quando finalmente, con qualche anello in meno e molti dubbi in più, egli si recò da Malphas scoprì tutta la verità. Prego il demone di trasformare pure lui in gazza, così da poter restare per il resto della vita insieme a Pica. E promise al demone che gli avrebbero portato tutto l’oro e l’argento che avrebbero rubato da quel giorno, se solo avessero avuto soddisfazione della malvagità di Bergera.

Da quel giorno le gazze rubacchiano tutto ciò che brilla per pagare il debito con il demone Malphas (che deve aver racimolato un gran bel bottino lassù nella sua grotta). E Bergera non è altro che un’oscena, garrula e stridente ghiandaia, sempre invidiosa dei nidi e della felicità altrui.

 

 

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