Il pozzo di san Patrizio

Dicono che una volta tutti questi terrazzamenti fossero coltivati. Dal fondovalle sembrano tatuaggi incisi sulla crosta della crinale, lunghe file accatastate l’una sopra l’altra a formare le righe del quaderno della montagna.

Ci hanno piantato tanti alberi quando l’agricoltura di montagna non è stata più conveniente. Il bosco più prossimo a casa, insomma, è per certi aspetti finto, ricostruito dalla mano umana, simmetrico perfino.

A molte persone la natura piace se vi si può scorgere l’opera degli uomini: le colline coltivate a vigneti o un casolare immerso nel verde ci fanno dire:” che bel paesaggio”. Godere della selvatichezza di un ambiente prevede una sorta di addestramento: si deve perdere quella sovrastruttura di civiltà che è sedimentata sul nostro fondo fatto di istintive sensazioni paleolitiche.

Basta però un capriolo che spicca un salto su un muretto a secco o una volpe che svolta l’angolo dietro una casupola abbandonata per capire che la distinzione tra bosco naturale e finto è tutto dentro i tuoi occhi, perché gli animali, per riappropriarsi dei loro spazi, non hanno bisogno di indagarne le origini e la storia.

Da qualche parte, su per la montagna, ci dev’essere un pozzo di san Patrizio, che forse conserva tutte le ricchezze perdute dalla gente del posto oppure nasconde i segreti per evitare il Purgatorio. Io non so dove possa essere questo luogo portentoso, ma ogni tanto casco nelle buche scavate dagli animali, soprattutto nei giorni come questi in cui il suolo è fangoso e melmoso per il disgelo. In questi giorni ho problemi di equilibrio, in effetti. Queste zolle, graffiate dagli zoccoli dei caprioli e rese friabili dalle tane delle talpe e dei tassi, davano patate e segale: e forse il segreto più prezioso del pozzo di san Patrizio è la memoria del passato.

 

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Il disgelo incombe su di noi

 

 

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