Dystopic Loudonn

Il post di stasera è completamente diverso da tutti gli altri che abbiamo pubblicato qui su Vita a Lou Don; è una storia, però non una favoletta come le altre, bensì una specie di racconto di fantascienza distopica. Non ho mai tentato una cosa del genere, quindi mi aspetto che coloro che amano il genere, troveranno la storia scontata e ripetitiva, mentre tutti gli altri semplicemente si limiteranno a non leggerla. Insomma, scontenterò tutti. Ci sta. Ma questa narrazione è un omaggio ad un amico, collega e scrittore; una di quelle persone che vorrei vivessero a Lou Donn qui insieme a noi. La storia è a metà tra citazione e plagio, va detto, ma un fantascientifico Loudonn mi ronzava in mente da tempo. 

L’avevano chiamata la guerra del clima. Se controlli il clima, controlli la terra; e se controlli la terra, decidi chi mangia e chi no. Così, al posto di bombe e mitragliatrici, la guerra era stata combattuta con iniezioni di sostanze chimiche nelle nuvole e stravolgimenti climatici artificiali.

Jack era stato uno dei primi ad accorgersi che qualcosa non quadrava. I suoi modelli matematici predicevano quaranta giorni di pioggia seguiti da quaranta giorni di siccità, poi altri quaranta di neve. Ai suoi studenti, a scuola, lanciava segnali d’allarme, perché il clima sembrava impazzito. Iniziò a tempestare il Ministero della Sicurezza di messaggi, segnalando quello che gli pareva anormale ed abnorme. Nessuna risposta per mesi. Fino a quando una grossa macchina nera lo aveva prelevato fuori da scuola. Gli agenti del Ministero intimarono a Jack di tenere per sé le scoperte, in quanto confidenziali questioni di sicurezza nazionale. Gli rivelarono della guerra silenziosa che era in corso da qualche mese e dissero che no, per Dio, no, le persone non dovevano sapere.

Il giorno dopo Jack si diede malato ed inviò a scuola al posto suo uno dei suoi androidi, programmato ad insegnare modelli matematici, fisica e metereologia. Lui scomparve. Ora lavorava per il Ministero -non che gli avessero lasciato alternativa- insieme a scienziati, astronomi e perfino astrologici: tutti riuniti per la vittoria.

Mi ricordo di quelle gocciole di pioggia multicolore. La televisione le chiamava “arcobaleni cadenti”; i bambini ci giocavano, perché i colori, a contatto con la pelle, per qualche secondo si stampavano colorando i volti o le braccia per qualche secondo, prima di scomparire, assorbiti sotto la pelle delle persone. Jack mi telefonò, mi disse di non venire a contatto con quella pioggia, soprattutto di tenere in casa Francis, perché i bambini sarebbero stati i primi ad ammalarsi. Ci volle poi poco a capire che gli arcobaleni cadenti erano la causa di quelle morti sempre più frequenti. La gente si addormentava e scompariva, quasi senza accorgersene.

Quando la guerra finì (chi l’abbia vinto è impossibile saperlo), le città erano intatte, i palazzi in piedi. Ma tutto era svuotato, ogni costruzione rimbombava, interi quartieri erano abitati solo da ombre. Le persone erano morte.

Per i meriti durante il conflitto, Jack e la sua famiglia ricevettero un grande dono dal Ministero: una casa in una delle zone della nazione che non era stata bombardata con le piogge chimiche; terre che fino a qualche mese prima erano considerate periferiche e marginali, terre degli Ultimi, feccia della nazione rilegata nei margini più abbruttiti del paese.

Sia chiaro, non che di Ultimi ce ne fossero ancora all’arrivo di Jack a Loudonn. Durante la guerra del clima, il Ministero li aveva invitati a fare la loro parte per lo sforzo bellico. Essendo una guerra silente e nascosta, non c’era stato neppure bisogno di organizzare reclutamenti di massa o altre operazioni da antiquariato militare; neppure si era parlato di sforzo bellico, a dire il vero. Era stato sufficiente promuovere una grande riforma nazionale attirando gli Ultimi a lavorare nel Centro, come operai, braccianti o altri mestieri del genere, ché di lavoro non ne mancava, vista la mortalità sempre più elevata. Agli Ultimi il Ministero aveva saggiamente offerto abitazioni nelle città del Centro, in cambio di quei tuguri di pietra e legno in cui quei disperati avevano vissuto fino a quel momento. Nessuno di loro si era fatto sfuggire quell’occasione, senza sospettare di finire nell’abbraccio mortale degli arcobaleni cadenti.

Così i funzionari del Ministero avevano potuto spartirsi quelle capanne luride, casacce ammonticchiate sulle montagne, con la gioia di non dover finire a vivere sottoterra come i ratti. Sì, perché il resto della popolazione sopravvissuta se ne stava in lunghe e luride gallerie sotterranee, mentre i più disperati aspettavano la fine in superficie, dove ogni minima pioggia avrebbe potuto portare malattia e morte.

Una casetta e un pezzo di terra: questa la dotazione che Jack aveva ricevuto dal ministero. Avrebbe potuto portarsi tutti gli androidi che volesse, per lavorare la terra o sanificare la casa, dove fino a qualche mese prima aveva vissuto una famiglia di Ultimi, che dovevano essere stati lerci e cenciosi come tutti gli altri della loro genia. Il Ministero ricordò a Jack che il congedo era temporaneo. In caso di nuovo conflitto avrebbe dovuto tornare operativo; nel frattempo, che si godesse quel meritato tugurio in montagna, senza far parola alcuna del servizio svolto.

Quando Jack mi invitò a Loudonn, mi chiarì che la vita lì era dura: coltivare il campicello, filtrare l’acqua, ristrutturare la casa, rinforzare la strada, di lavoro ce n’era da fare e gli androidi non bastavano, sicché pure le persone dovevano sgobbare come Ultimi qualsiasi. Ma l’aria era pulita e la pioggia non faceva paura.

Io all’epoca facevo il cacciatore di mutanti, su in superficie. Tornavo sottoterra solo a tarda sera, dopo essermi sanificato a dovere, ma sempre col tarlo di esser stato colpito dalla pioggia, che era tornata cristallina, in apparenza. Ma tutti ormai sapevano che era stata quella la causa dei decessi: la versione ufficiale parlava di elementi chimici pestilenziali, deposti nell’atmosfera come uova mortali, dal passaggio della grande Cometa; io sapevo la verità, perché Jack me l’aveva rivelata subito, nonostante rischiasse la vita. Ma gli amici sono così.

Li chiamavano mutanti, ma al di là della fame smisurata non avevano niente di diverso da me o da te. Per conto mio potevano essere solo degli Ultimi avanzati alla guerra, morti di fame come lo erano prima di essere trasferiti nel Centro. Era tanta la voracità che avevano, che bastava buttargli qualcosa in bocca per rivelare la loro natura mutante, scongiurando le fastidiose torture con cui i miei colleghi estorcevano informazioni alle spie del nemico.

Accettai l’offerta di Jack. E furono anni bellissimi, in quella piccola comunità che avevamo creato lassù. Si faticava, questo sì, ma la vita scorreva senza ansie e preoccupazioni. O almeno, questo per me. Perché Jack aveva sempre il timore di essere richiamato in servizio, di dover abbandonare di nuovo la famiglia per vivere in quel bunker di squilibrati che pensavano solo a come infierire sulla popolazione nemica con neve deflagrante o altre amenità del genere.

Quando un giorno vedemmo salire un funzionario del Ministero, scortato da due grossi androidi lucidi e armati di tutto punto, Jack sbiancò: ma l’uomo ci rivelò che un gruppo di mutanti era riuscito ad infiltrarsi nella nostra zona; quei mostri vivevano tra i boschi, mangiando lumache, castagne e foglie marce. Si diceva perfino che fossero cannibali. Poi ci avvisò: massima allerta per l’acqua del torrente, che andava filtrata e sanificata al livello più elevato; se fossimo entrati in contatto con l’acqua con cui si abbeveravano i mutanti, saremmo stati sgomberati immediatamente da Loudonn e banditi dalla zona protetta.

Tutte le notti si faceva la guardia, a turno, androidi ed umani. Sparare al buio del bosco appena ci fosse un fruscio qualsiasi. Così per lunghe settimane. L’acqua del torrente, intanto, calava sempre di più: quei mostri non avevano ritegno alcuno.

Una sera un androide accese il suo armamento, dando l’allarme a tutti. Aveva avvistato qualcosa laggiù, tra gli alberi. Fosse stato per me, avrei fatto spianare quella zona dai nostri androidi, che, esaltati com’erano, non aspettavano altro che distruggere quella porzione di bosco. Ma Jack disse di aspettare. Seguì mezz’ora di niente. Già alcuni di noi erano tornati a dormire, quando un ramo si ruppe. E poi li vedemmo. Restammo tutti a bocca aperta, tranne gli androidi, ovviamente, che aspettavano un comando, uno qualsiasi. Nessuno però riusciva a parlare né a fare altro se non osservarli.

Cervi. Un interno branco di bellissimi cervi, sani e robusti. Quindi gli animali non erano tutti morti come si credeva. Erano già tutti scappati quando ci mettemmo a piangere di gioia. La natura aveva vinto la sua guerra.

IMG_20180124_230247368.jpg
Una famiglia di mutanti

Un pensiero su “Dystopic Loudonn

  1. giacomocolossihotmailit

    Ciao singolare Blade Runner dal cuore tenero. Ti nascondi tra i boschi di Loudon, su Marte.
    Ma Marte è dietro l’angolo e con la prossima navetta ci arrivo.
    Sulla Terra, dove vivo ora, non c’è inverno. Io adoro il freddo e quindi andrò via, prima o poi.
    La tua storia mi piace unità Blade Runner, ma credo di conoscere quel Jack.
    Ogni tanto lo trovo nei fumosi bar della bassa, poi scompare sulla sua Lilium volante, verso le montagne, a nord.
    Sai, scrivi bene, e Ursula LeGuin ci ha lasciato. Narrava del futuro, e parlava pure delle tue storie.
    Il tuo racconto è un degno omaggio alla sua dipartita.
    E bravo Ema.
    Vi abbraccio tutti.
    Siete mitici.
    GIACOMO

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...