Sosia

No, non era un’allucinazione: oggi una sosia di Bergère è salita in borgata; e poi su, verso la miniera, correndo con il padrone, autentico runner di montagna, che in men che non si dica era già dietro la casetta dei minatori e, da lì, malcelato tra le fronde stecchite, in un attimo sulla cima del sentiero.

Lei, la sosia, sbraitava e minacciava con la stessa veemenza con cui l’autentica Bergère ribatteva dall’alto del terrazzamento del campo, come uno specchio o un prisma gigantesco che rifrangesse muso, coda, zampe, denti e tutto il resto dell’armamentario che contraddistingue un cane.

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Sfocata come un ectoplasma, Bergère si arrampica sulla scorciatoia che conduce alla vasca dell’acqua.

Me lo aveva anticipato Elena qualche giorno fa, d’altronde:”c’è una sosia di Bergère che sale di corsa con la proprietaria”.

Ad amplificare questa strana sensazione di rispecchiamento, il fatto che io abbia visto la sosia col padrone runner, Elena con la padrona runner. Come se la montagna ci avesse illustrato, facendocelo (s)correre davanti a velocità aumentata, un destino alternativo, una storia parallela. Quando la nostra Bergère, l’Ur-Bergère, si è rintanata a casa, un po’ frastornata e stupita, ho pensato che pure lei avesse avuto il mio strambo pensiero. Oppure una crisi d’identità (un po’ come il Sosia di Plauto, che viene convinto dal dio Mercurio di non essere il vero Sosia perché il vero Sosia è il suo sosia, ossia il dio stesso. Le maiuscole contano).

In ogni caso, la vicenda ci ricorda che non siamo da soli. Intendo dire che la presenza umana, anche se più impalpabile e discontinua, non è annullata in questo lungo inverno. Come salamandre o lumache, le persone rispuntano dopo la pioggia dei giorni scorsi. E la presenza animalesca è inversamente proporzionale a quella umana. Purtroppo.

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Qui finisce Vivian, e con lei la civiltà, e inizia la strada che porta verso Lou Donn.

Non siamo neppure stati sfiorati dal dubbio che la sosia fosse in realtà il sosia. 

 

 

 

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