Le facce del dado.

Premessa numero uno: La prima regola aritmetica delle facce del dado è semplice: La somma dei numeri su ogni coppia di facce opposte del dado è sempre 7. Così il numero 1 è opposto al 6, il 2 al 5 e il 3 al 4. Il sette non è mica un numero sparato a casaccio. Da che mondo è mondo, è il numero fortunato, il numero della speranza.

Premessa numero due: La sestina è una forma poetica ideata dal trovatore provenzale Arnaut Daniel. Consta di sei strofe di sei versi endecasillabi ciascuno, in cui la rima è sostituita da un meccanismo piuttosto strano: le sei parole usate a fine verso nella prima strofa sono ripetute nelle strofe seguenti secondo il meccanismo della retrogradatio cruciata, che segue la logica dell’aritmetica delle facce del dado. Alle sei strofe è poi aggiunto un congedo di tre versi nel quale devono entrare le sei parole-rima utilizzate nella poesia.

Premessa numero tre: La sestina che segue è stata abbozzata qualche giorno fa, dopo che la Terios ci ha lasciato a piedi e così l’acqua della montagna; è un esperimento, e come tale va giudicato. Un chiarimento è necessario al lettore: la Signora del testo, benché modellata sulla midons dei trovatori provenzali o sulla donna-petra della sestina dantesca, non è una Elena (né altra donna, ovvio); intendetela come Natura o come Montagna, come preferite: le due cose, per quanto mi riguarda, si equivalgono.

 

 

Ora che fai scempio d’illuse speranze

Ora che fai scempio d’illuse speranze
e agghiacciare mi sai perfino il cuore,
certo credi di aver vinto, Signora.
Ostilmente, mi privi di ogni cosa
solo lasciando una pallida scorza,
squamose scaglie di serpente nero.

Osserva, il bosco galleggia nel nero
di una notte insolente e le speranze
mie restano impiccate a quella scorza
di stecchiti castagni senza cuore,
né foglie o polpa. Nessun’altra cosa,
come a me, loro lasciasti, Signora.

Eppure. Eppure odo voci, Signora,
di cervo o corvo o di demone nero.
Sì, quell’angolo vive. Chiedo cosa
conceda avere sì pure speranze
a quel ferino indomabile cuore
che rosseggia vibrando oltre la scorza.

Ecco, scarnifica, sbuccia e poi scorza
l’esistenza mia; mondala, Signora.
Resisterò, con in mano quel cuore
che a lungo visse soltanto nel nero,
che ora vive quassù, tra le speranze,
senza chiedere nessun’altra cosa.

C’è qualcosa laggiù, vedo una cosa:
una massa di semi senza scorza,
di melagrana gli arilli. Oh speranze,
avvisate e ammonite la Signora,
trafigge il rosso del frutto quel nero,
come virente è la vita nel cuore.

Ormai tutto è mutato in fondo al cuore,
non sento il freddo, la neve o altra cosa.
Indomabile corre il verro nero,
s’insoglia e svelle dei rami la scorza,
Gullinbursti del dio ti sfida, signora.
Selve e fiere reggono le speranze.

Come nero cinghiale oltre la scorza,
cosa tenace ormai sono, Signora,
nelle zanne le speranze e nel cuore.

 

Gullinbursti è una creatura della mitologia nordica: verro o cinghiale, accompagna il dio Freyr, divinità della fecondità e della serenità, che veniva onorato in questo periodo (in particolare il 26 Dicembre), con l’augurio della fine dell’inverno e della futura fecondità primaverile.

IMG_20171224_164221614.jpg
Qui c’era una fototrappola.

 

4 pensieri su “Le facce del dado.

  1. giacomocolossihotmailit

    Sembra strano che oggetti rari possano essere infiniti, ma con i numeri succede anche questo.
    Altro dato: il 7 non fa parte sella serie di Fibonacci, neppure il 6.
    Il 5 e l’8 si.
    Il 7 sta tra i due.
    Sul 7 ci sono mille storie magiche.

    Mi piace

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