Malphas, il demone di Lucia

Tanto tempo fa Lou Donn era abitata solo da folletti col cappello rosso. Il loro re si chiamava Chapalu: paffuto nel volto, si riconosceva per il lungo sigaro che fumava nelle ore più fredde del giorno e per il suo sorrisetto sornione, nascosto dietro una gran barba arruffata. Sulla testa indossava il cappuccio rosso, come tutti nel villaggio, ma cinto da una ghirlanda di caprifoglio, che allora fioriva un po’ dappertutto sulla montagna.

Chapalu si divertiva, come tutti, a rubare il fieno dei cavalli degli uomini che vivevano in fondo alla vallata, oppure a far ghiacciare l’acqua dei torrenti, lasciando le persone all’asciutto. A volte, più per divertimento che per fame, scendeva a guidare i furti di galline o di bambini cattivi, che poi i folletti cuocevano in grossi pentoloni nei giorni di festa. Ma, insomma, questi erano gli scherzucci che i folletti facevano sempre e Chapalu non era molto diverso dagli altri.

Ma c’era una cosa che gli altri folletti ignoravano sul loro re: il nostro Chapalu era da sempre innamorato di una fatina, di nome Lucia, che viveva con le altre fate dall’altra parte della montagna.

Lucia era una di quelle fatine buone che si occupano di seminare la primavera nel cuore degli umani che vivono giù in pianura, portando i doni ai bambini e regalando dolcetti e vin brulè ai più vecchi, per scaldarsi davanti al fuoco.

Chapalu ogni tanto cavalcava il suo caprone fino al crinale della montagna e poi giù, a capofitto, fino al villaggio delle fantine; nascosto tra i caprifogli, spiava la sua bella mentre preparava i biscotti oppure cantava insieme alle sue compagne. Il povero Chapalu sospirava per quell’amore impossibile.

Poi, un giorno, decise di passare all’azione, nell’unico modo immaginabile per un re dei folletti: Chapalu pensò bene di far rapire la bella Lucia. Così chiese aiuto al demone Malphas, che viveva nell’antica miniera. Malphas era proprio come ci si immagina debba essere un demonio: tutto nero, con grosse corna brune sopra la testa, gli occhi luccicanti e un gran fiocco sul petto, segno di distinzione e nobiltà demoniaca.

Malphas riuscì facilmente nella sua missione, sorprendendo Lucia mentre raccoglieva le bacche nel bosco per preparare il vin brulé. Dopo averla rapita, la confinò nella sua miniera, dove Chapalu avrebbe potuto andare a trovarla senza che gli altri folletti, invidiosi e cattivi com’erano, potessero fare del male a quella fantina.

Ma Lucia, giorno dopo giorno, deperiva rinchiusa in quel posto buio e tetro, mentre nella valle i bambini erano sempre più tristi, ora che nessuno portava più i doni. Perfino il sole ogni giorno se ne andava prima, intristito dal vedere le persone così demoralizzate e affrante.

Malphas, da buon demone, osservava compiuciato il dolore di Lucia, delle fantine che non si rassegnavano alla perdita della loro compagna e degli uomini della valle. Ma Chapalu non era soddisfatto: avrebbe voluto gioire della compagnia di Lucia, ma lei non faceva altro che piangere e lamentarsi della sua sorte. Così il re dei folletti pregò il demone Malphas di intrattenere la fata, facendola divertire e giocare, fino a tarda sera, quando poi sarebbe giunto ogni giorno Chapalu stesso per stare con la sua amata.

Malphas, che non era avvezzo a quel genere di cose, ma sapeva come ingannare le persone e le fate, si trasformò in un gatto nero: saltò sulle ginocchia di Lucia, iniziò a fare le fusa e a giocare con i gomitoli di lana che Lucia gli tendeva. Malphas si divertiva a deridere tra sé la l’ingenuità di quella fata; ma ben presto, iniziò ad apprezzare quelle coccole e non passava giorno che non si trasformasse nel gattone nero per giocare con Lucia, amando la sua compagnia ogni giorno di più.

Quando Chapalu si accorse della cosa, geloso come solo un re dei folletti sa esserlo, decise di punire il demone traditore: mentre Malphas dormiva accoccolato sulle gambe della fantina, il folletto le svelò il segreto del gattone, facendola inorridire.

Poi costrinse Lucia a stipulare un patto: per tre mesi all’anno avrebbe dovuto vivere  rinchiusa nella miniera, accogliendolo ogni sera con sorrisi, biscotti e vin brulè, senza dar da vedere la sua tristezza. Tanto bastava a Chapalu per continuare a sperare di farla innamorare di lui.

Così, da quel giorno, quando finisce l’estate, per tre mesi Lucia si rintana nella miniera segreta, dove Chapalu va a farle visita. Ma si dice che non sia ancora riuscito a farsi amare dalla fata. In quei tre mesi le persone sono sempre più tristi perché private del conforto che la fata offriva loro e il sole ogni giorno se ne va sempre prima come fece in quell’occasione, tanto tanto tempo fa. Poi quando Lucia finalmente torna libera, si celebra una gran festa: i bambini ricevono i doni di cui sono stati privati nei mesi precedenti e si brinda alla luce del sole che ogni giorno torna a splendere sempre di più.

E Malphas? Lucia quella notte usò la sua magia mentre il demone dormiva come gatto sulle sue gambe: con una formula magica, Malphas fu trasformato per sempre in un gatto nero, coccolone e giocherellone. Pare che di tanto in tanto Malphas torni a Lou Donn, ovviamente in forma di gatto, a visitare gli abitanti della montagna nel giorno in cui Lucia torna libera, per ricordare loro che le fate esistono davvero, così come i folletti.

Sembra che il caprifoglio sia scomparso dalla montagna per colpa di Chapalu: anno dopo anno il re dei folletti strappò sempre più rametti di quella pianta, nei mesi di separazione da Lucia, fino a farla sparire. Per questo il caprifoglio oggi è simbolo della nostalgia d’amore.

malphas
Oggi è il giorno di Lucia e Malphas è venuto a trovarci. Sembra che sia deciso a rimanere a vivere con noi. Almeno così dice il registro del gattile di Pinerolo. 

 

 

11 pensieri su “Malphas, il demone di Lucia

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