Il Po, controcorrente.

La storia è una maestra senza alunni. Le persone imparano raramente dalle proprie scelte e dai propri errori: figurarsi da quelli altrui. Le persone dimenticano, omettono, rimuovono, generalizzano, sintetizzano e banalizzano. Ma non imparano. La storia è irrimediabilmente destinata a rimanere inutile.

Eppure questa nobile decaduta una cosa da insegnare ce l’avrebbe: che le storie, quelle individuali, hanno un senso solo se osservate e comprese nel lungo periodo; spesso, le scelte delle persone hanno conseguenze quasi irrilevanti per i protagonisti stessi, ma finiscono per averne di fondamentali per chi verrà dopo. Voglio dire che per capire il senso del percorso di una vita bisogna osservarne non lo scorrere lento della quotidianità, ma gli esiti: venti, cinquanta o cento anni dopo. L’idea di essere artefici del nostro destino è macchiata da questo peccato originale, ci si muove all’interno di un solco che è stato tracciato da altri e che ci richiede di essere completato, chiudendosi a cerchio intorno ad una vita; non la nostra, ma quella che ha scavato la prima sezione del solco e che si è fidata di noi, investendoci quali degni eredi in grado di concludere l’opera.

Io, per esempio, non potevo che giungere a Lou Donn. Per carità, il posto di questa borgata avrebbe potuto essere senz’altro occupato da un’altra da qualche parte nell’arco alpino occidentale. Ma l’ineluttabilità di questo percorso è stata tracciata una cinquantina di anni fa, quando i miei nonni hanno pensato bene di abbandonare il Delta del Po, terra di mare, canali sabbiosi, foschie languide (e malaria), in direzione del Lago di Garda. Da lì il passo in direzione di Mantova, da parte di mio padre, è stato più breve. A me non spettava poi altro che il compito di continuare a seguire controcorrente il grande fiume, giungendo in prossimità della sua fonte. Certo ci sarà chi avrà da eccepire sulla precisione geografica o biografica della cosa, oppure sull’inevitabiltà del tracciato; ma, al mattino, quando scendo verso la città, la presenza massiccia del Monviso sulla destra mi ha spesso fatto tornare in mente una vocina stridula e nasale che mi scavava nella mente: “parti, ad Occidente”,  come non fossi altro che un qualche membro di una carovana ottocentesca lungo la Oregon Trail. “Go West“…

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Il Monviso spunta sopra l’abiezione della discarica e della sordida quotidianità della tangenziale.

In realtà in questi giorni sto scendendo a Pinerolo con la macchina di Elena, in cui c’è la radio. Quella vocina stridula e nasale non è altro che il refrain della canzone  Go West dei Pet Shop Boys, che rispunta all’improvviso dopo anni di oblio da un’emittente locale dedita a musica démodé.

There where the air is free,

we’ll be what we want to be

Now if we make a stand

we’ll find our promised land

 

 

 

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