Blacatz, Pistoleta e Sordelh

Un tempo, quando Lou Donn era ancora sottoposta all’autorità dei monaci benedettini dell’Abbadia e la gente del posto parlava solo il volgare occitano, viveva in una delle case più grandi della borgata un certo Blacatz. Questi, generoso, affabile e amabile, possedeva un bel pezzo di terra in montagna, che lavorava con alacrità insieme alla sua famiglia. Blacatz era rispettato da tutti, perfino al di là della montagna, dove il suo nome era associato alla sua benevolenza, tanto che, dalle borgate e dai paesi vicini, ben presto iniziarono a giungere contadini, pastori e vedove a chiedergli protezione: egli, infatti, diversamente da tutti gli altri, era esperto di scritture, di leggi e di commercio, sicché si diceva che tenesse testa all’abate nelle controversie tra i popolani e i monaci, padroni della vallata.

Nessuno sapeva come Blacatz, che era pur sempre un semplice contadino, fosse potuto divenire così saggio, esperto e potente, ma le dicerie della gente sostenevano che avesse fatto un patto col diavolo, altri che fosse un inviato di Dio; qualcuno diceva che era un messo papale, che viveva travestito per controllare l’operato dei monaci.

La realtà era che Blacatz doveva tutta la sua sapienza ad un certo Pistoleta, che viveva nascosto in una grotta sopra la Grangia. Costui, come il nome rivela, era un letterato e un giullare, la cui mano correva veloce tanto sulle corde della viella quanto sulle pagine dei manoscritti, che vergava fitti fitti con note e glosse preziose; talvolta Pistoleta, raccogliendo fiori ed pietre solo a lui noti, preparava colori rari, con cui arricchiva i suoi libri, miniando i capilettera delle pagine. Il fatto è che Pistoleta era nascosto lì da chissà quanto e nessuno, a parte Blacatz, lo aveva mai visto.

Un giorno, infatti, in cui Blacatz, ancora ragazzino, era salito su per un sentiero a cercar legna, era stato sorpreso da quell’uomo che parlava con gli uccelli e i caprioli: quando Pistoleta vide il giovane Blacatz gli spiegò che lo stava aspettando, perché, da quando quella montagna era popolata, una maledizione voleva che un uomo fosse costretto a vivere in quella grotta: giunto all’età di quarant’anni, il prescelto doveva andarsene dalla propria casa e salire in quel pertugio, dove avrebbe passato il resto della vita. L’unica missione che egli avrebbe dovuto rispettare era quella di scegliersi un giovane erede, a cui passare quell’infausto compito. Da quel che ne sapeva Pistoleta, nessuno aveva mai interrotto la maledizione, perché, generazione dopo generazione, i prescelti avevano assommato così tante conoscenze ed esperienze da divenire uomini quasi perfetti in ogni aspetto della vita: ce n’era stato uno dottore, un altro avvocato, un altro ancora contadino, uno filosofo… insomma, per farla breve, quegli uomini, pur avendo tutta la sapienza del mondo, non potevano essere visti da nessuno.

Insomma, Blacatz iniziò a frequentare la grotta di Pistoleta ogni giorno; ed ogni giorno imparava qualcosa di nuovo e di importante, come era stato a suo tempo per Pistoleta col suo maestro. Ovviamente Blacatz si guardava bene dal rivelare ad anima viva della profezia maledetta, non sapendo neppure cosa sarebbe potuto accadere nel caso qualcuno osasse interromperla o manometterla.

Passarono gli anni: Pistoleta morì e Blacatz, ormai quarantenne, abbandonò la fama e la potenza che aveva ormai accumulato nel mondo e salì sulla montagna sopra Lou Donn a rimpiazzare il suo maestro. Qualche giorno dopo, una volpe gli rivelò che nella borgata ora viveva un giovane venuto da una città lontana, di nome Sordelh. E Blacatz seppe che Sordelh sarebbe stato il suo erede.

Quando i due si incontrarono, nel fitto del bosco, non ci fu bisogno di molte parole: Blacatz era tanto rapido nel parlare quanto Sordelh nel capire; i due furono ben presto amici e compagni quanto il loro ruolo richiedeva.

Gli anni passarono svelti e ormai Blacatz diventava sempre più bianco, magro e lento: si avvicinava il momento per Sordelh di prendere il suo posto. Blacatz, un bel giorno, pose la mano sulla spalla del giovane amico e gli disse: “io so il perché della maledizione; l’ho trovato scritto in una poesia di uno degli antichi prescelti”. Blacatz spiegò al discepolo che tanto tanto tempo prima, quando la montagna era ancora disabitata, due pastori erano saliti a cercare un buon pascolo, ma erano stati sorpresi da un temporale, per cui si erano rifugiati in quella grotta. La pioggia era insistente e cadeva cadenzata da parecchie ore, quando un gatto bianco, smarritosi nel bosco, si avvicinò alla grotta in cerca di riparo; ma i due pastori, forse per superstizione, forse per egoismo, lo cacciarono senza pietà. Il gatto finì malamente: sorpreso da un lupo, venne sbranato in un boccone, ma non prima di aver formulato una maledizione: visto che gli uomini tenevano così tanto a quella grotta, che almeno uno ci restasse per sempre, generazione dopo generazione! La voce del gatto risuonò per la montagna, facendo rizzare i capelli ai due pastori. Dopo qualche giorno, però, uno dei due, stufo di quella vita da capre, pensò bene di andarsene, irridendo il gattaccio: ma finì pure lui nelle fauci del lupo in meno di un minuto e di lui nessuno seppe più nulla. Così l’altro pastore decise di rispettare la profezia, che da lì non era poi più stata interrotta.

Mentre Blacatz narrava, Sordelh sorrideva: tutta la sapienza del mondo, disse, gli aveva insegnato un’astuzia per aggirare quella maledizione! In fin dei conti, Blacatz significava “gatto bianco”: ora lui prometteva solennemente che si sarebbe occupato di quel vecchio “gatto bianco” fino alla fine dei suoi giorni, per compensare il gesto terribile di quei due pastori. Tanto disse e tanto fece che Blacatz accettò la sua proposta e gli montò sulle spalle, perché oramai era troppo vecchio per affrontare quella ripida passeggiata. Giunsero presto a Lou Donn, dove l’anziano Blacatz fu festeggiato da quei pochi vecchi della sua generazione che ancora erano vivi e che lo credevano morto.

Sordelh mantenne la promessa e si occupò di Blacatz come fosse suo padre, fino a quando questi morì sorridendo. Qualche tempo dopo Sordelh fu visitato da un bel gattone bianco: atterrito, l’uomo gli domandò cosa volesse; il gatto rispose che la profezia non era stata certo interrotta da tutta la sapienza del mondo che gli aveva suggerito quella furbizia del nome, bensì dall’affetto e dall’amicizia che aveva dimostrato per il vecchio maestro. Ora, visto che Sordelh aveva giurato di prendersi cura di quel bel gatto bianco fino alla fine dei suoi giorni, senza specificare di chi fossero i giorni da contare – del gatto o di Sordelh stesso – l’animale, sorridendo scaltro e sornione molto più di quanto un umano potesse esserlo, disse che sarebbe rimasto a vivere con lui e da lì in poi almeno uno tra quelli che abitassero a Lou Donn, se si fosse imbattuto un gatto bianco, avrebbe dovuto prendersene cura.

La favoletta insegna che a volte un gesto d’affetto conta più di ogni furbizia e di ogni sapienza; e che i gatti, in quanto a furbizie e malizie, ne sanno molte più degli uomini. Inoltre che un gatto bianco a Lou Donn ci deve essere sempre.

Nota: che i protagonisti, Sordelh, Blacatz e Pistoleta, siano omonimi di trovatori medievali è del tutto causale; così come il fatto che Sordelh fosse della provincia di Mantova.

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Presenze inquietanti si aggirano per Lou Donn: che sia il fantasma di Sordelh?

Pistoleta significa “letterina”: ho sempre trovato particolarmente comico questo pseudonimo.

 

 

3 pensieri su “Blacatz, Pistoleta e Sordelh

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