Primosale

Questo post avrebbe dovuto narrare di come oggi, in seguito al crollo delle temperature notturne, sono andato all’ipermercato a comprare un saccone di sale da stendere su un paio di tornanti per prevenire la formazione di ghiaccio e di come, sospinto dal gioco verbale e mentale tra il primo sale della stagione steso sull’asfalto della rotabile e il nome del formaggio, ho fatto un salto al banco dei formaggi tipici per comprare una formaggella di primosale o perlomeno una più locale toma.

Invece non ho fatto nulla di tutto ciò. Al supermercato, a dirla tutta, ci sono andato, ma a comprare una maglietta per Franci, che in comune con il sale e il primosale aveva solo il colore e la scritta sale sulla confezione.

Per non abortire completamente il post, che ormai avevo programmato dopo aver ragionato sull’ilarità del bisticcio semantico alla base del tutto, ho deciso di riflettere sul fallimento, mica solo quello del sale e del primosale.

 

 

Della fallacia dei propositi, delle previsioni e dei ragionamenti

  • Il fallimento, diceva lo psicoterapeuta Dyer, non esiste. Semplicemente, un’azione o un proposito fallimentare producono un effetto diverso da quello preventivato. Si tratta solo di decidere che fare di quell’effetto. Ad esempio, domattina scopriremo se il tornante avrà già un primo strato di ghiaccio, da sciogliere col cloruro di calcio ad effetto rapido o da prendere a picconate. In ogni caso, sarà meglio alzarsi dieci minuti prima.
  • Il fallimento risiede nella paura del giudizio altrui, nell’impossibilità di far coincidere la nostra performance con le attese degli altri. Nel mio caso, il fallimento  solitamente consiste nel fatto di immaginare quali siano le aspettative degli altri nei miei confronti e di conseguenza programmare le mie azioni su tali aspettative (autogenerate): avendo un’opinione altissima di me stesso, le aspettative che mi aspetto che gli altri si aspettino da me sono esageratissime, tali per cui sono destinate al fallimento perenne. Voilà. (Auto)Profezia che si autoavvera.
  • Non c’è piacere più sconcio che il piacere di far fallire le persone. Ancora più perverso è il piacere -e il potere- di farsi fallire. L’autofallito si crogiola nella propria irrimediabile disfatta: il piacere masochistico del rovinare se stesso consiste nel sentire di essere padrone della propria vita al punto tale da essere il solo che la può far marcire.

 

Della clessidra

Ogni fase della vita è come il bulbo di una clessidra. A volte lasci che esso si svuoti naturalmente, talvolta invece inciampi e mandi in frantumi entrambi i bulbi, così devi poi riassemblare a fatica i pezzetti della clessidra; non c’è niente di più divertente, però, che prendere a colpetti il cono che si svuota, per far scivolare più velocemente la sabbia, la nebbia o qualsiasi altro elemento che rappresenti quella fase della vita. In questo sono un specialista. Ogni volta ho immaginato coni giganteschi e quasi perenni, alla ricerca di una stabilità fatta di lentezza e serenità, salvo poi prendere ad unghiate o scuotere violentemente la clessidra per svuotarla e ricominciare tutto da capo. Ma ora ho smesso di immaginare la durata di un ciclo, per concentrarmi sul contenuto, che è l’unica cosa che conta: questo bulbo, il bulbo di Lou Donn, è fatto di foglie secche, neve e freddo; e, presto, di sale.

 

 

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