Capitolo XI. Il Provinciale nella Gran Città

Immaginate la provincia più estrema dell’Impero romano, la satrapia più esotica tra quelle rette dal Gran Re di Persia o la marca più dispersa dell’impero di Carlo Magno. In quelle lande desolate troverete il provinciale. Costui, come tipo umano, non varia nello spazio o nel tempo.

Lou Don è il punto più marginale dell’impalpabile impero globale moderno, su questo siamo tutti d’accordo. Così oggi, lontano da casa, ho provato l’emozione del Provinciale che va in città, dato che ho trascorso il pomeriggio a Torino per impegni di lavoro.

Manifesto

Caratteristica inveterata del Provinciale in città è la percezione distorta dello spazio cittadino: tutto gli risulta amplificato, tutto appare improvviso ed enorme davanti ai suoi occhi inesperti; il caos e il disordine di quella gran massa umana lo spaventano. Ingenuamente egli è tentato di tuffarsi in quel gomitolo brulicante di persone, strade e vetture, tutti ugualmente ossessi dalla velocità e dal dinamismo futurista. Salvo poi, povero provinciale, ritrarsene atterrito; per poi, in una coazione a ripetere inesauribile, spiare dai margini quella vita moderna che a lui solo sembra incomprensibile e affascinante. Il provinciale è afflitto da sindrome di Stoccolma, scatenata dalla modernità.

Affinità-divergenze tra il resto del mondo e noi. Dell’inseguimento della maggiore età.

  1. inevitabile confronto tra la città e la propria realtà, mitizzata per la lentezza e serenità che la contraddistinguono. La vita del quotidiana è alla moviola: un ralenti che gli fa godere ogni secondo, anche se riempito da particolari che per gli altri sarebbero banali e insignificanti. Ma lui è come un moviolista scrupoloso, che analizza il movimento impercettibile di un piede al di là dell’ultimo uomo prima di sancire il fuorigioco: ogni fotogramma ha valore per colui per cui il tempo scorre lento. La vita di città – che essa sia un centro di periferia o la grande metropoli – è per lui una sintesi troppo veloce, il trailer di un film che forse non vale il prezzo del biglietto.
  2. Il provinciale sente la propria minorità rispetto ai cittadini. Sentendosi come un imberbe ragazzino, i suoi movimenti si fanno goffi, perplessi e ridicoli; si sente un ingombro. Quello non è il suo posto: mai, da nessuna parte.
  3. Il provinciale inevitabilmente finisce per essere retrivo e dozzinale. Quando ne prende consapevolezza, egli può scegliere di crogiolarsi nel suo angusto conservatorismo, conscio dell’impossibilità di conseguire la maggiore età; oppure può prenderla con un sorriso, stappando una birra alla salute dei gran signori della città.
  4. Il provinciale che scrive oggi ha assistito a due risse, un incidente, un quasi investimento, ha subito svariate gomitate sotto i portici e troppi pestoni alla fermata dell’autobus. Egli ha visto poche persone sorridere ed è rincasato con la sensazione che la misantropia è forse l’unica affinità con il resto dell’umanità.

 

2 pensieri su “Capitolo XI. Il Provinciale nella Gran Città

  1. Luigina Tanfoglio

    Ebbene si…..mi sa che sono anch’io una moviolista con un fresco boccale di birra.
    Tu i tuoi monti io il mio lago……fuori boh…….ma mi chiedo? Me ne interessa? La risposta già la sai…….
    Un abbraccio

    Mi piace

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