Running up that hill.

Oggi è forse il primo giorno freddo della stagione; il sole coperto e l’odore dolcemente acre dell’aria, che a me ricorda in modo buffo la scorza affumicaticcia della scamorza, ci tengono aggiornati sullo stato degli incendi.

I caprioli, assetati, calano dalla montagna coraggiosi, appena scende il sole, ad abbeverarsi a quel rigagnolo che ormai è il torrente, tanto che ti senti in colpa ad usare la stessa acqua, come se la rubassi loro.

Le stufe vanno a pieno regime nelle ore più fredde, dalla finestra osservo il fumo del camino dei vicini, in procinto di ripartire. Eppure ciò è niente in confronto al freddo che abbiamo patito quei pochi giorni che, durante lo scorso inverno, trascorrevamo qui a Lou Donn, quando da Brescia salivamo a organizzare il trasloco e la futura vita. Nobilitavamo quei weekend trascorsi in buona parte sull’A21 chiamandoli “vacanza in montagna”, perché allora il trasferimento ci sembrava qualcosa di lontano e quasi irreale. Ad ogni viaggio avevamo un motivo in più per convincerci della bontà della scelta fatta ed uno per inquietarci.

In ordine sparso, abbiamo affrontato un terremoto (di magnitudo ridotta, va detto), vari smottamenti con conseguente chiusura della stradina; la stessa, di fatto fino al disgelo, si presentava come una specie di pista di sci di fondo, con tratti innevati ed altri ghiacciati, dato che il comune, visto il divieto di transito a causa dei lavori alla curva franata, aveva ovviamente rinunciato a tener pulito il manto stradale. Così spesso la macchina restava giù, al cimitero del paese, che si trova poco sotto borgata Vivian, mentre noi affrontavamo la salita a piedi, spesso trascinando sacconi di vestiti e più spesso ancora sacchi di pellet, trasportati talvolta sul passeggino da montagna di Francesco. La casa, ovviamente, era ghiacciata (abbiamo toccato i quattro gradi in cucina) e ben poco potevano quelle ore di accensione delle stufe. L’acqua era ghiacciata nei tubi, sicché si provvedeva al fabbisogno idrico portando bottiglie da giù e, talvolta, calando il secchio nel torrente.

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Ecco come appare borgata Don dall’ultimo tornante (27.10.2017)

Ricordo il pomeriggio in cui ho trasportato la bombola del gas della cucina adagiandola sul passeggino; ormai era il crepuscolo, che qui arriva molto presto d’inverno; mentre salivo l’ultima rampa, illuminata dalla torcia del telefonino, per una di quelle strane associazioni mentali, mi è balenata in testa la canzone Running up that hill, nella versione dei Placebo. Credo che sia per questo che abbiamo iniziato a pensare all’inverno con così grande anticipo e che non riesco ad ascoltare la canzone senza pensare alla fatica di quella salita.

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