Le genti sono povere, ma le montagne sono ricche.

Gli ultimi versi di Sono una creatura di Ungaretti sono inequivocabilmente tra i più significativi della letteratura: la morte/ si sconta/ vivendo. C’è quel senso di inevitabilità del dolore, della fatica e della pena che rende la poesia così universale; è pur vero che le persone tendono a fuggire da tutto ciò, o, quantomeno, non potendo evitare il dolore sperano almeno di allontanarsi dalla fatica.

Sarà per questo che, al posto dei funghi, in quest’autunno secco, spuntano cartelli che avvisano di case in vendita, a Lou Donn, e non solo. Dell’emigrazione dalle valli non mi sento in grado di parlare, né tantomeno voglio avventurarmi in riflessioni sull’asfissia del mercato immobiliare alpino senza cadere nella banalità.

Così dedico qualche parola a quelli che restano, o tornano (o arrivano), che di certo non hanno bisogno di essere celebrati per trovare motivazioni alla loro esistenza. Un detto della valle dice che le genti sono povere, ma le montagne sono ricche. Ricche di tesori, come vuole la leggenda, e di fatica. Ma chi ci vive da sempre credo sia ormai avvezzo alla fatica e abbia rinunciato a cercare i tesori. Come se avessero da scontare una colpa atavica, puniscono se stessi cercando redenzione nel lavoro duro, spesso in operazioni di cui io non so neppure il nome e che puoi pensare totalmente inutili o superate; come la signora che noi abbiamo ribattezzato “la vecchia roncolatrice”, che durante l’estate spuntava sulla strada al primo sorgere del sole alla ricerca di frutti di bosco o chissà che altro; o quell’altro che vedi salire con l’ape arrugginito sulla carrozzabile affastellando legname.

Noi, guardandoci attorno, siamo ancora alla ricerca dei tesori della montagna e non siamo minimamente abituati alla fatica. Quindi non so dire cosa esattamente li tenga attaccati alla loro vita, mentre tutto sembra scorrere via e disciogliersi nell’aria. Non penso sia rassegnazione, né la sensazione romantica della lentezza e della purezza, come vuole il mito (borghesissimo) del buon selvaggio. Ma credo che c’entri molto con il sentire di non aver sprecato neanche un minuto della propria vita. E così loro – vorrei dire noi, ma ne condividiamo ancora così poco la storia – che sono rimasti indietro, sono forse i più moderni tra i contemporanei.

La contaminatio iperletteraria regna in questo post, con buona pace di Terenzio.
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In vendita

Je suis de mon coeur le vampire,
— Un de ces grands abandonnés
Au rire éternel condamnés
Et qui ne peuvent plus sourire!

C. Baudelaire – L’heautontimouromenos

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