La stanza degli ospiti. Ovvero di come il ghiro è diventato di famiglia.

Francesco non dorme nella sua cameretta, tappezzata di stickers murali e riempita di pupazzi, giochi e libri. Ma ci sono le scale ed è buio. In quello che sarebbe il salotto c’è un altro lettino, altri giochi, altri libri. Ma ci sono i mostri che gli mangiano le dita. Così fondamentalmente Francesco dorme con noi. Se e quando trova posto; perché, soprattutto nelle notti più fredde, il nostro lettone accoglie anche i cani e i gatti.

Insomma, il soppalco di Francesco è la stanza dei giochi, nonché stanza degli ospiti, per i pochi parenti e amici che sono saliti a trovarci a Lou Donn in questi primi mesi.

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La foto è dalla rete, ma la situazione e l’espressione del ghiro sono tali e quali al nostro “amico”

Quello che i nostri ospiti non sospettano è che hanno condiviso la stanza con una presenza per noi ormai familiare, il fantomatico ghiro. Probabilmente qualcuno degli ospiti lo avrà anche visto mimetizzarsi tra le decine di pupazzi zoomorfi che affollano le mensole scavate nelle pareti della cameretta. Di sicuro, chi non gode di un sonno pesante lo avrà sentito scavare nel sottotetto o guaire penosamente; forse, non osando pronunciare quella parola disgustosa, “topi!”, l’ospite più attento, e cortese, avrà fatto finta di nulla con noi, non volendo metterci in imbarazzo.

Genealogia del sottotetto secondo la vulgata estiva tramandata da noi medesimi.

In quel tempo, il sottotetto era infestato dalla puzzola. Dopo che la massiccia semidea Bergère, della stirpe dei Border Collie incrociati con i possenti Siberian Husky, cacciò a strepiti e ululati la puzzola, giunsero topi, arvicole e scoiattoli. Così, avendo peggiorato la situazione, Bergère fu esautorata e le fu impedito l’accesso al sottotetto. Poi tutto tacque. La leggenda dice che il sottotetto fu infine sgomberato. Quegli strani scavi avvertiti talvolta dagli abitatori della casa furono interpretati come il passaggio romantico delle civette. E arrivò la fine dell’estate.

Additato come spauracchio per Francesco (“finisci a dormire coi ghiri!”), il ghiro si è materializzato ad inizio Settembre, seppure i suoi scavi fossero già udibili fin da Agosto. Erede dei minatori della miniera di grafite, il ghiro, autentico autoctono di Lou Donn, ama scavare nel sottotetto e nelle intercapedini, creando gallerie e tunnel nel legno e nel materiale isolante. Da un paio di buchetti nelle due pareti di cartongesso, la sua testolina grigia fa capolino, irridendo quei due o tre gatti che, da sotto, tentano di catturarlo; gli altri gatti, invece lo ignorano o addirittura scappano, soprattutto quando lui, fattosi ardito, prende a scorrazzare sulle travi, esibendo la sua codona da parente campagnolo degli scoiattoli del bosco.

Come ogni animale misterioso, il ghiro ti lascia il tempo di intravederlo e di salutarlo, ma al cospetto della macchina fotografia scappa nei suoi anfratti, rendendo impossibile testimoniarne la presenza: ai lettori è richiesto, insomma, un atto di fede. Il ghiro esiste e vive insieme a noi.

Non che non si sia tentato di cacciarlo. La mossa più banale, picchiettare sui muri, non lo infastidiva minimamente; siamo riusciti a farlo scappare un paio di volte ponendo al massimo del volume le registrazioni di civette e gufi, suoi predatori naturali; ma si è sempre ripresentato. Lo abbiamo svegliato durante le russate pomeridiane (il ghiro russa, eccome!), lo abbiamo allontanato temporaneamente usando gli arbre magique cacciati nei suoi buchetti sperando di affumicarlo con la menta piperita. Ma è tornato, sempre. Poi, quando, in un momento di particolare sconforto, è arrivato a chiederci da mangiare con guaiti supplichevoli e continui, ha ottenuto un bicchierino di semi da insalata e la nostra amicizia.

Il ghiro dorme. Ormai è in letargo da un paio di settimane. In primavera scopriremo se si tratta di un maschio o di una femminuccia. In questo caso, visto che userà il suo nido per procreare una vasta progenie ghiresca, ci sentiremo nonni adottivi, ma avremo bisogno di tanti semi da insalata e di un buon cartongessista.

P.S. per i più sadici: il ghiro è specie protetta e no, non abbiamo pensato di avvelenarlo o cuocerlo con le patate, come riportano i ricettari di inizio novecento.

 

8 pensieri su “La stanza degli ospiti. Ovvero di come il ghiro è diventato di famiglia.

  1. Ciao! il problema è proprio il fatto che scavano nel materiale isolante, a quanto pare. Ho letto che si può provare ad allontarli costruendo dei nidi particolari da appendere agli alberi, ma ormai se ne riparla in primavera; il nostro (o i nostri?!) apparentemente è in letargo.

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